Alaska, da regina del petrolio a regno delle energie rinnovabili
L’Alaska non è certo famosa per le energie rinnovabili, ma semmai per la produzione petrolifera – è seconda negli Usa solo al Texas – ma presto potrebbe diventarlo.
E’ quanto emerge leggendo un bell’articolo uscito sul New York Times in cui si parla delle potenzialità dello Stato Americano nel settore delle energie pulite.
Ma come mai, in un posto dove si produce petrolio in grandi quantità , si dovrebbe cambiare rotta in modo così deciso? Venite che ve lo spiego.
Innanzitutto perché la maggior parte della produzione petrolifera prende la via dell’esportazione, poi perché l’Alaska rappresenta un mercato molto esiguo (solo 670 mila abitanti) e infine perché non è dotata di un sistema di trasporti interni molto sviluppato, il che rende molto dispendioso trasportare il carburante nelle località più remote.
E infatti, a causa di tutti questi fattori, il prezzo del carburante raggiunge costi molto elevati. Stesso discorso per elettricità . Pensate che il gasolio che alimenta i generatori diesel costa fino 5 dollari a gallone e l’energia elettrica 75 centesimi al kilowattora, oltre 10 volte sopra la media americana.
Tutti elementi che evidentemente concorrono a far vedere di buon occhio le energie rinnovabili, soprattutto in un Paese dove c’è grande abbondanza di venti, di grandi maree, di fiumi ricchi d’acqua e anche di energia geotermica.
Per ora l’Alaska ottiene il 24% della propria elettricità da fonti rinnovabili, ma si tratta quasi esclusivamente di idroelettrico. Tuttavia nei piano del governatore Sarah Pallin – l’anti-ambientalista vice di McCain – c’è una promessa: investire 300 milioni di dollari in energia pulita nei prossimi cinque anni. Staremo a vedere.
Così come i deserti per l’energia solare, pensare di investire nelle rinnovabili nelle zone più remote del pianeta potrebbe non essere una cattiva idea.
E se ne sono accorti sia i cittadini dell’Alaska così come gli investitori. Attualmente la Northern Power Systems, un’azienda produttrice di mini-turbine dello stato di Washington, ha capitalizzato questo interesse per l’energia del vento, costruendone in otto diversi villaggi dell’Alaska e programmando di farlo in altri 45.
Secondo il New York Times uno studio realizzato nel 2008 dimostra infatti che l’eolico è tecnicamente ed economicamente possibile in oltre 100 villaggi dell’Alaska.
Ma come dicevo non si parla solo di eolico: secondo Roger Bedard dell’Electric Power Research Institute, lo stato Americano possiede più della metà delle risorse nazionali di energia delle onde e circa il 90% di quella che si potrebbe ottenere dalla corrente dei fiumi e dalle maree.
Un ben di Dio che non può non far gola sia alle istituzioni che agli abitanti. E questi ultimi, leggendo le pagine del quotidiano americano sembrano molto favorevoli alle rinnovabili, in particolare all’eolico.
E in tempi in cui nel nostro Paese si discute ancora sull’impatto paesaggistico delle turbine, sentite cosa dice in merito Francis Sipary, assistant manager del Nunakauiak Yupik Corporation, un centro di caccia e pesca di Toksook Bay, in Alaska.
Il commerciante, intervistato dal New York Times, ha dichiarato che le turbine si possono vedere sin da 20 miglia a largo, così ora, la gente di Toksook Bay le può usare per ritrovare la strada di casa. Romantico, ma non privo di senso.
Via New York Times
Foto ra64
da emiliano
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febbraio 20th, 2009 at 14:59
[...] Masbuchin wrote an interesting post today on Alaska, da regina del petrolio a regno delle energie rinnovabiliHere’s a quick excerpt L’Alaska non è certo famosa per le energie rinnovabili, ma semmai per la produzione petrolifera – è seconda negli Usa solo al Texas – ma presto potrebbe diventarlo. E’ quanto emerge leggendo un bell’articolo uscito sul New York Times in cui si parla delle potenzialità dello Stato Americano nel settore delle energie pulite. Ma come mai, in un posto dove si produce petrolio in grandi quantità , si dovrebbe cambiare rotta in modo così deciso? Venite che ve lo spiego. Innanzitutto perché [...]