Gli ecofurbetti del sottolavello
Santo Cielo, in che Paese complicato viviamo. E com’è facile, in tutta questa complicazione, sgusciare fra le maglie delle disposizioni che dovrebbero proteggere l’ambiente. Ce l’ho coi tritarifiuti, quegli apparecchi che si installano nel sottolavello per sminuzzare l’immondizia – in teoria solo quella organica – e buttarla nelle fognature anzichè nella pattumiera: un’ulteriore fonte di inquinamento per gli scarichi, che costringe i depuratori – quando ci sono – ad un superlavoro per il quale non sempre sono attrezzati. Sarebbe tanto semplice e logico, quindi, vietare l’impiego di questi apparecchi. Invece una circolare del ministero dell’Ambiente, pubblicata nel 2004, si limita a porre delle condizioni all’installazione dei tritarifiuti. Che sono appunto complicate e come tali facilmente aggirabili.
Secondo la circolare ministeriale, toccca agli Ato – gli Ambiti territoriali ottimali che gestiscono il ciclo delle acque potabili e reflue – stabilire, luogo per luogo, se i tritarifiuti sono ammissibili o meno. Non so quanti Ato abbiano già dato disposizioni in materia: il mio, per farlo, ha impiegato due anni e mezzo, concludendo che il sistema fognario torinese non è in grado di sopportare anche il frullato d’immondizia. Però guardate con che garbo, con che delicatezza l’Ato prende provvedimenti. Uno si aspetterebbe di trovar scritto: nel territorio di nostra competenza non si possono vendere e acquistare i tritarifiuti. Punto e basta. Invece no: si invitano semplicemente i produttori a far presente la situazione ai loro rivenditori autorizzati. Secondo voi, se vado a comprare un tritarifiuti troverò mai qualcuno che rifiuta di vendermelo?
da maria
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