Chi compra i vestiti a Tony Blair?
Probabilmente il primo ministro inglese Tony Blair e i suoi consiglieri non sono mai andati a comprarsi un abito. Solo così spiego la loro levata di scudi, resa pubblica sull’Independent, contro la catena di negozi Primark, che fa furore vendendo al prezzo delle patate vestiti alla moda destinati a durare lo spazio di una stagione. Poi sono da buttare, dice l’Independent, e non perchè sono datati. Donde l’addensarsi di foschi richiami ufficiali all’orizzonte di questa griffe: spreco di risorse, elevato impatto ambientale, aumento della produzione di rifiuti… Ma Blair & C., dicevo, non si sono mai comprati un vestito.
Se l’avessero fatto si sarebbero resi conto che, salvo rare eccezioni, gli abiti in commercio appartengono a due categorie, nessuna delle quali è eticamente ed ecologicamente corretta. Prima categoria: abiti firmati di altissima qualità e di altissimo prezzo, rivolti ad una clientela che non ha certo problemi a cambiarli ben prima che mostrino tracce di usura. Seconda categoria: gli abiti dei mercati rionali e di tanti negozi che costano poco e che dopo tre lavaggi cominciano a scolorire, o si sformano, o “mostrano il lucido”. Così vengono anch’essi gettati. Tutti questi abiti, firmati e non, vengono perlopiù confezionati in Paesi – Cina, Bangladesh,… – nei quali è lecito chiedersi se vengono rispettati i diritti del lavoratori e dell’ambiente. E allora, ben venga un’occhiata critica all’abbigliamento. Ma, per favore, non ci si limiti alle catene come Primark: quello è solo fumo negli occhi.
da maria
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