I danni dell’onnipotente mercato
Quando sento una pur vaga possibile puzza di uomo della provvidenza mi si irritano immediatamente le narici. A parte questo, condivido appieno l’articolo di fondo apparso questa settimana sulla “Green rom” delle Bbc News a firma di Matt Prescott. Dice in sostanza: il mondo ha bigogno di una forte leadership politica capace di guardare oltre il consenso a breve termine, perchè questo tipo di consenso si fonda esclusivamente sulla disponibilità di beni a basso prezzo e di alti consumi offerta da un mercato che mira al profitto immediato senza tenere in alcun conto dei costi ambientali e del fatto che stiamo spolpando il pianeta.
Il mercato al cui rimorchio va ora l’Occidente – e conseguentemente il mondo intero – non contiene affatto in sè la capacità di condurci verso il migliore dei mondi possibili: anzi, ci sta portando sull’orlo di un abisso, e se non ci ritiriamo immediatamente ora ci presenterà più tardi un conto così salato che sarà probabilmente impossibile pagarlo. Aggiungo a quelli di Prescott un mio pensiero. Al contrario di quanto ci sentiamo ripetere, il mercato non è sempre stato l’unico e onnipotente motore della storia. Anche in Occidente, fino alle soglie dell’Età Moderna i più producevano quello che bastava per vivere e non pensavano ad accumulare, commerciare, procurarsi beni. Morivano a trenta o quarant’anni, ma nella loro breve vita godevano di più tempo liberato dal lavoro di quanto riusciamo ad accumularne noi in un’affannata e longeva esistenza.
da maria
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