Ma Bush vuole realmente chiudere Guantanamo?
Ieri una delegazione degli USA è giunta a Ginevra per rispondere alle domande della Commissione delle Nazioni Unite sull’applicazione della convenzione internazionale contro la tortura. Nello stesso giorno molti quotidiani nazionali hanno riportato le parole del presidente Bush, che avrebbe affermato di voler chiudere il campo di prigionia di Guantanamo – sul quale pendono pesanti accuse di tortura – “anche se” dice “bisognerà attendere che la Corte Suprema americana decida se il processo si debba tenere davanti a un tribunale civile o militare”. Probabilmente il riferimento è al caso “Hamdan contro Rumsfeld”, cioè un ex autista di Osama Bin Laden detenuto a Guantanamo e il segretario alla Difesa di Washington.
La decisione della Corte infatti, potrebbe compromettere definitivamente i piani americani sulla caccia al terrorismo e mettere l’amministrazione Bush in una situazione difficile davanti al resto del mondo. In gioco infatti, c’è la legalità degli stessi processi militari americani contro i presunti terroristi e i metodi non proprio ortodossi utilizzati negli interrogatori e nei campi di prigionia. E’ evidente che dopo lo scandalo di Abu Ghraib, una questione del genere possa destare qualche preoccupazione nell’intellighenzia americana.
Sarà questo il motivo delle parole di Bush? Calmare le acque? E’ un po’ l’idea di David Remes, un avvocato che difende 17 yemeniti a Camp Delta – Guantanamo – il quale crede che le parole del presidente vadano prese con le “molle”.
Secondo il legale infatti, intervistato da Peacereporter, l’amministrazione Bush ha lanciato numerosi segnali contradditori sulla vicenda e Rumsfeld stesso ha affermato che non vede nessun motivo per chiudere il campo di detenzione. Non a caso nella base USA stanno costruendo un altro edificio per ospitare altre celle.
David Remes sostiene che se il presidente degli Stati Uniti volesse chiudere veramente il campo di prigionia non avrebbe bisogno di attendere la decisione della Corte Suprema, ma può essere che consideri questa un’opportunità per chiudere la prigione e rilasciare i prigionieri senza perdere la faccia, sostenendo che la Corte non ha lasciato altra scelta. “E’ molto comune negli Usa” dice l’avvocato “per governo e legislatori, provare a scaricare il fardello di decisioni impopolari – o sulle quali non sono d’accordo – sui giudici, in modo da dare la colpa a loro” – considerando l’esperienza italiana non mi suona nuova. Guantanamo fa parte di una serie di questioni più complesse – come la guerra in Iraq, la guerra al terrorismo – per le quale gli USA hanno costruito un castello di giustificazioni di carta che lentamente si sta sgretolando sotto il peso delle inchieste, della scarsa capacità di risolvere la “questione Iraq” con le armi – come si credeva all’inizio – e per il fatto che Bush non è riuscito a far sentire gli americani più al sicuro di quanto erano prima dell’11 settembre – come aveva promesso.
“Anche se la sorte di Guantanamo non è in cima ai pensieri degli americani” conclude Remes “fa parte di un costante ‘gocciolio’ costituito dalle realtà che questa amministrazione ha creato. Per questo la popolarità di Bush è crollata”. E proprio per l’evidenza di questo gocciolare che non esiste più un motivo plausibile – se mai ne è esistito uno – perché quel campo di prigionia rimanga aperto e perché l’amministrazione Bush continui a vedere il resto del mondo come un oggetto a proprio uso e consumo.
[via Peacereporter]
da emiliano
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